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Golpe in Turchia, il racconto esclusivo (e le immagini) shock da Istanbul

“Il primo pensiero che ti attraversa la mente è che debba trattarsi di un film. Non c’è altra plausibile spiegazione nel ritrovarsi un soldato armato di fucile in una redazione.” Sara, amica e Deputy News Editor di TRT World, racconta in prima persona il Golpe fallito.

Istanbul. Era cominciato come un venerdì sera qualunque: arrivati a lavoro poco dopo le tre, io e i miei colleghi avevamo dato il cambio al turno precedente e avevamo iniziato a preparare il prossimo telegiornale. Da quando lavoro come giornalista in Turchia, circa un anno fa, ho riportato ogni sorta di notizie: proteste, elezioni, guerre, attentati. Mai prima d’ora, però, un soldato che è piombato in redazione alle dieci di sera. Guardo questo giovanotto che avrà all’incirca la mia età, poi mi volto verso i colleghi turchi, loro che hanno sempre le spiegazioni che il mio cervello non riesce a trovare. I loro volti sono pallidi. “Dobbiamo andare”, dice una ragazza. “Prendete tutti le vostre cose e andiamo”. Usa lo stesso tono di una maestra dell’asilo che porta gli alunni fuori dalla classe durante un’esercitazione antincendio. Mi fido di lei e, ingenuamente, mi fido del soldato in divisa, che probabilmente è solo una leva in servizio militare. Allora senza fare domande inopportune prendo le mie cose, spengo il computer e mi avvio in cortile.

trt turchia 02Mentre sto attraversando la soglia della porta sento delle urla in turco al piano di sopra. Riconosco le voci dei tecnici della galleria e so che quelle grida incomprensibili non significano nulla di buono. Il piazzale è pieno di soldati. Una quarantina, bene armati. Ci circondano. I colleghi turchi si fanno avanti come a difendere noi stranieri. Parlano con il comandante, poi si girano a tradurre. I soldati vogliono che ce ne andiamo, ma al tempo stesso ci ostruiscono il passaggio. Nasce un diverbio in turco, un soldato strattona un collega. Punta il fucile. Il capo della televisione interviene. “Fate come vi dicono.” Vogliono che consegnamo i telefoni. “Ma come i telefoni? Ci sono tutte le nostre informazioni, i nostri contatti”, obietta una collega. Il capo la fissa implorante. Ha le lacrime agli occhi. L’unica volta in dodici mesi che l’ho visto piangere fu durante l’attentato ad Ankara. “Per piacere,” le dice, “ci sono cose più importanti.” Allora facciamo come ci dicono. Ci allontaniamo quel tanto che basta per toglierci davanti la vista dei fucili, ma ci fermiamo a metà strada indecisi. Ci guardiamo attorno per assicurarci che anche gli altri vengano lasciati andare senza problemi. Un amico, Serkan, mi offre un passaggio in macchina. Sul sedile posteriore c’è una collega turca che inizia a piangere. Le mani le tremano di rabbia. Serkan non riesce a formulare una frase di senso compiuto, lui che ha sempre la parlantina sciolta e la battuta pronta.

“Siamo sempre i secondi”, è tutto quello che continua a ripetere. “Che intendi?” “I secondi. Prima il presidente, poi la tv di stato”.

cnn turk erdogan diretta liveAccendiamo la radio. CNN Turk è in diretta: dicono che i militari hanno preso i quartieri generali di TRT ad Ankara. Il personale è in ostaggio. Allora mi rendo conto che se noi siamo stati lasciati andare via è in virtù del fatto che siamo una redazione di giornalisti prevalentemente stranieri. Ci vuole qualche minuto prima che lo shock ti abbandoni e il cervello inizi a razionalizzare l’accaduto, e nel momento in cui realizzi che il paese che ti ha ospitato per un anno è sull’orlo dell’abisso e che domani tutto potrebbe essere tragicamente diverso, ti senti girare la testa. Ti manca l’aria. Guardi negli occhi il tuo amico e leggi l’angoscia di chi teme per il proprio paese e la propria famiglia. Se le nostre peggiori previsioni dovessero avverarsi, io non ci penserei due volte a comprare un biglietto di sola andata per l’Italia, ma che cosa ne sarebbe di tutti i miei colleghi turchi? Più ci rifletto e più l’intera situazione ha del paradossale: solo poche ore prima passeggiavo per il molo a Ortakoy, pensando a quanto è bella questa città che un po’ mi ricorda Napoli, e ora sto calcolando a mente quanto mi potrebbe costare un biglietto aereo, ammesso che l’aeroporto sia ancora operativo. Dopo aver accompagnato la collega alla stazione metro più vicina, ci troviamo a dover decidere dove andare. Senza telefoni e con la necessità di metterci in contatto con le famiglie il prima possibile per evitare ulteriori preoccupazioni, decidiamo di andare a casa di Fatima, una collega che abita poco lontano dal lavoro e che quella sera non era di turno. Appena lei apre la porta, mi getta le braccia attorno al collo: “Per fortuna state bene. Vi stavamo cercando. Entrate.”

trt turchia 03Anche un altro collega, James, aveva trovato rifugio qui. Cerco di spiegare che non staremo molto, abbiamo solo bisogno del telefono per chiamare casa, rassicurare la mia famiglia che sto bene, ma Fatima mi guarda incredula: “Allora non hai capito? Non si può andare da nessuna parte: ci sono posti di blocco per tutta la città.” Accendiamo il computer e iniziamo ad ascoltare la diretta su Al Jazeera e su CNN Turk per sapere che cosa sta succedendo. Da quello che capiamo un gruppo di militari ha lanciato un colpo di stato. Sappiamo che non deve essere una grande porzione dell’esercito perché le forze armate posizionate nei vari punti strategici sono solo una manciata di uomini. I golpisti hanno preso le principali televisioni ma non le reti private. Il parlamento è sotto attacco. Il presidente è stato portato in un luogo sicuro. Un boato attraversa il cielo. Tutti in silenzio. Un fighter jet: hanno l’aviazione dalla loro parte. Serkan inizia ad attraversare la stanza a grandi passi. Non riesce a stare fermo. Noi altri tre ci guardiamo allibiti. Non abbiamo parole per esprimere l’incertezza che ci stritola la gola.

Il presidente Erdogan appare in video finalmente: invita il popolo turco a scendere in piazza, a marciare contro l’esercito. “E’ pazzo? Sarà un bagno di sangue”. “Ma se non scendiamo in piazza vinceranno i golpisti” obietta Serkan. utElicotteri continuano a sorvolare la città. Sentiamo una raffica di mitra in strada. Spegniamo le luci. A lume di candela ci sediamo in corridoio, lontani dalle finestre, come se fossimo sotto assedio. Cerchiamo di metterci in contatto con i nostri colleghi per assicurarci che stiano bene.

Gli editori ci mandano email dicendoci di stare in casa e non tentare nulla di stupido. Ma il giornalista è stupido per natura: laddove tutti corrono al riparo dagli scontri, noi andiamo allo scoperto e ci buttiamo a capofitto nella mischia.

Un amico ci dice che i nostri colleghi dalla sede di Londra hanno iniziato a trasmettere usando YouTube live dato che il server principale ad Ankara è bloccato. Ci scambiamo delle occhiate orgogliose sentendoci improvvisamente meno in colpa per aver abbandonato la televisione senza opporre resistenza. Decidiamo allora di dare il nostro contributo e saliamo sul tetto per fare delle riprese. La posizione offre un grande punto di vantaggio: il ponte sul Bosforo è a pochi metri di distanza. Possiamo vedere a occhio nudo le camionette dei militari. Alla nostra sinistra c’è il palazzo di TRT. Delle voci attirano la nostra attenzione: le persone hanno ascoltato l’invito di Erdogan e si stanno radunando davanti alla televisione per protestare contro l’esercito. I militari sparano qualche colpo in aria.

Un elicottero si alza in volo. I jet passano di nuovo sulle nostre teste. In lontananza, dal lato asiatico, si sentono potenti boati. La polizia, controllata dal governo, sta combattendo contro i militari. Raffiche di mitra, colpi di mortaio. Guardo la città con le sue luci, la stessa città che ogni sera mi fa innamorare di lei, e mi chiedo quanti morti ci saranno nelle strade domani mattina. La coordinatrice della redazione ci manda un’altra email: restate in casa, tenete i passaporti pronti e tutto il contante che potete trovare, chiamate le vostre ambasciate. Poi la situazione sembra calmarsi all’improvviso. Non si sente più il rumore degli spari, ma solo le voci delle persone che protestano davanti a TRT. Decidiamo allora di scendere in strada a fare ulteriori riprese. Appena usciti dal palazzo ci imbattiamo in una coppia di colleghi che come noi volevano avvicinarsi alla televisione, ma ci dicono che i militari li hanno allontanati appena hanno visto che filmavano con i cellulari.

Un razzo si alza in cielo, seguono raffiche di mitra. Ci lanciamo a terra. Il boato ha distrutto i vetri delle finestre.

Mentre discutiamo che cosa fare un fischio acuto attraversa il cielo, la luce di un razzo passa sulle nostre teste e un boato potente ci assordisce. Ci lanciamo a terra con le mani sulle orecchie. Partono raffiche di mitra. Iniziamo a correre piegati in due. Torniamo verso casa ma il portone è chiuso. Iniziamo a bussare i citofoni di tutti gli appartamenti. Fatima corre ad aprirci in lacrime. Lei era rimasta in casa perché era troppo spaventata per uscire. Il boato ha infranto le finestre di una camera. Torniamo allora in corridoio, il nostro bunker improvvisato. Erdogan appare di nuovo in video. Rinnova l’invito a scendere in strada. E i suoi supporter rispondono: iniziano a riempire piazza Taksim. Gli altoparlanti sui minareti delle moschee si accendono e cominciano a trasmettere la chiamata alla preghiera anche se non è ancora ora per l’adan del mattino. Incitano i turchi a manifestare. Vediamo video postati online di cadaveri nelle strade di Istanbul. Ad Ankara un elicottero apre il fuoco su una folla di persone che marciava. E appena fuori casa i colpi di fucile continuano. Dormire è impossibile nonostante la stanchezza accumulata. E’ la mattina del nuovo giorno quando la BBC da la notizia che i militari sul ponte del Bosforo si stanno arrendendo. Le immagini dei soldati con le mani in aria in segno di resa sono il simbolo che scioglie la nostra angoscia.

“Abbiamo vinto” esulta Serkan che poi finalmente crolla addormentato sul divano.

sara monetta foto turchia redazione trt laredazioneLa televisione viene liberata dai militari qualche ora dopo. I soldati si arrendono e vengono portati via mentre le camionette restano abbandonate nel cortile, un cimelio a ricordo del colpo di stato durato solo una notte. I vetri della redazione sono stati infranti. Dei cavi tagliati vengono riparati prontamente e riprendiamo a trasmettere già dalle prime ore del pomeriggio. Tornare in redazione, trovare tutti i colleghi illesi è come risvegliarsi da un brutto sogno. C’è un’ilarità isterica nell’aria. Abbiamo avuto paura e ora ridiamo ad alta voce, ci abbracciamo più forte del solito. I colleghi turchi sventolano bandiere orgogliosi. E dopo la celebrazione torniamo a lavoro senza avere davvero il tempo di analizzare e assimilare ciò che è successo.

Cosa è accaduto in Turchia? I fatti e l’analisi.

I fatti sono che un gruppo di qualche migliaia di soldati ha tentato il colpo di stato. Hanno provato ad arrestare Erdogan mentre era lontano da Istanbul, in vacanza, e quindi più vulnerabile, ma hanno fallito. E una volta che il Presidente è riuscito a mettersi in contatto con il popolo, non solo i suoi supporter ma anche i nazionalisti sono scesi in strada contro i golpisti. Quasi duecento civili sono morti negli scontri. Diverse centinaia sono stati feriti.

Erdogan presidente turchia
Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia

Una volta che le persone hanno iniziato a scendere in strada, le altre sezioni dell’esercito, intuendo da che parte soffiava il vento, hanno deciso di non unirsi ai ribelli. Non hanno voluto scatenare una guerra civile. C’è chi ha detto che il colpo di stato era l’ultima opportunità per liberarsi di un regime sempre più oppressivo e conservatore, ma c’è un motivo se anche l’opposizione politica si è distanziata dal golpe: i turchi hanno vissuto più colpi di stato di qualunque altra nazione europea, hanno visto terribili spargimenti di sangue negli anni. I più anziani possono ricordare più golpe di quanti una loro mano ne contenga. Ma da quando l’AK Parti è al potere il paese è stato stabile. Per quanto gli stati europei considerino Erdogan un presidente illiberale, il suo partito ha comunque vinto una forte maggioranza nelle ultime elezioni di Novembre e il supporto dei conservatori, soprattutto nelle aree rurali, è estremamente radicato.

Vero, nell’ultimo anno Erdogan ha abbandonato la politica di pacificazione con i curdi – mossa che gli ha tolto ampio supporto nel sud est della Turchia in particolare – così come è anche vero che gli attentati terroristici si stanno moltiplicando ad Istanbul e Ankara con cadenza preoccupante. Tuttavia, come molti amici turchi mi hanno detto, tra un regime militare e un regime conservatore democraticamente eletto, quest’ultimo, nonostante il suo carattere oppressivo, è il minore dei mali.

Un colpo di stato era nell’aria anche se forse pochi si aspettavano accadesse così presto. L’esercito, una volta molto influente nella politica turca, è stato esautorato da Erdogan fin dal suo arrivo al potere. Ora, sentendo che il presidente è più vulnerabile che mai e che i suoi partner internazionali sono sempre più imbarazzati dall’associazione con lui, i militari hanno provato a rialzare la testa e a tornare un preminente attore politico. Erdogan per primo era a conoscenza di quello che l’esercito gli stava preparando. In molti si sono stupidi della cattiva preparazione e coordinazione dei golpisti. Basti pensare che i militari comunicavano tra di loro su Whatsapp. Che non fossero pronti per portare vittoriosamente a termine un golpe è stato intuibile fin dalle prime ore. É plausibile che i golpisti avessero saputo che i servizi di intelligence li avevano messi sotto sorveglianza e hanno affrettato i piani.

turchia golpe Arabella Munro laredazione 02 defAltro elemento con cui i militari non avevano fatto i conti è poi la rete di supporto di cui Erdogan ancora gode e una ripugnanza viscerale contro le violenze che il popolo turco associa ai golpe del passato. Molti hanno scelto di scendere in strada non per dare supporto al presidente, ma perché non volevano una dittatura dell’esercito. Il futuro della Turchia non è roseo. Il colpo di stato fallito darà al presidente maggiore forza nel proporre la riforma della costituzione per accentrare maggiori poteri nelle sue mani. Tuttavia adesso il popolo turco vuole solo festeggiare, sfilare per le strade strombazzando i clacson delle auto per dimenticare la notte di angoscia passata. Eppure basta un niente per riportare lo sconforto: il ronzio di un elicottero nel cielo, lo scoppio del motore di una motocicletta. Domenica pomeriggio, camminando per Bebek, lungo il Bosforo, mi sono fermata a guardare una portaerei della marina militare che attraversava lo stretto. Una ragazza turca, in piedi accanto a me, si stringe al fidanzato e chiede: “Non ci staranno mica provando di nuovo?”

Abbiamo il dovere di tutelare, i nomi riportati sono stati modificati per motivi di privacy.

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Antonio Ioele

Antonio Ioele

10 anni, tra Italia ed estero, tra radio, tv, carta stampata e web. Da febbraio 2017 sono il delegato dello “Studio Associato laRed” (P.IVA 05569100653), proprietario della testata giornalistica laRedazione.eu.

Il portale www.laredazione.eu è fisicamente alloggiato presso i server di Aruba S.p.A.

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