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Così non va, sempre più giovani sono poveri. Ecco il rapporto Caritas 2016.

povertà caritas

Oggi per la prima volta dal dopoguerra c’è il serio rischio che i figli finiscano la loro vita più poveri dei loro padri. E l’Italia si distingue come il paese in cui tale sconvolgimento generazionale è più prorompente. (rapporto McKiney)

Roma. La Caritas Italiana ha presentato, il Rapporto 2016 su povertà ed esclusione sociale dal titolo “Vasi Comunicanti”. 120 pagine in cui si cerca di descrivere le forti interconnessioni che esistono tra la situazione italiana e quel che accade alle sue porte. La quindicesima edizione, come spiegano dal centro italiano, nasce dall’analisi dei dati contenuti in vari rapporti di ricerca, prodotti da organismi internazionali e Caritas europee.

120 pagine in cui la nostra Italia ne esce devastata. La povertà non conosce terroni o polentoni, immigrati o italiani e, purtroppo, il rapporto della Caritas Italiana evidenzia una novità assoluta: aumentano i giovani poveri.

Tra i documenti citati dal Rapporto “Vasi Comunicanti” abbiamo individuato il rapporto Global Trends dell’UNHCR, il rapporto del Secours Catholique (Caritas Francia) sulla tratta di esseri umani in situazioni di conflitto e post-conflitto (tradotto per l’occasione da Caritas Italiana), il rapporto “Migrants and refugees have rights” di Caritas Europa, il rapporto di ricerca di Caritas Italiana e UniSalento sui Neet “Nel paese dei Neet”, l’Atlante Sprar 2015 del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati.

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La povertà aumenta inesorabilmente dal 2007. Istat certifica oltre 1 milione e mezzo di poveri in Italia.

I dati della Caritas sono costruiti anche osservano quelli dell’Istat. Secondo la ricerca dell’Istituto nazionale di statistica vivono in uno stato di povertà assoluta 1 milione 582 mila famiglie, un totale di 4 milioni 598 mila individui (anno 2015). Si tratta del numero più alto dal 2005 ad oggi. E si tratta, parlando di povertà assoluta, della forma più grave di indigenza, quella di chi non riesce ad accedere a quel paniere di beni e servizi necessari per una vita dignitosa2. Dal 2007, anno che anticipa lo scoppio della crisi economica (che continua a palesare ancora i propri effetti), la percentuale di persone povere è più che raddoppiata, passando dal 3,1% al 7,6%.

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Il 46,4% dei poveri totali (4 milioni e mezzo) sono individui al di sotto dei 34 anni. Poco più di un milione sono minorenni.

Degli oltre 4,5 milioni di poveri totali, il 46,6% risulta under 34; in termini assoluti si tratta di 2 milioni 144 mila individui, dei quali 1 milione 131 mila minori. Gli studi della Banca d’Italia evidenziano come, negli ultimi venti anni, i divari di ricchezza tra giovani e anziani (che riflettono anche il naturale processo di accumulazione dei risparmi lungo il ciclo di vita) si siano progressivamente ampliati: “in termini reali – si legge nel Bollettino Statistico – la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia tra i 18 e i 34 anni è meno della metà di quella registrata nel 1995, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno 65 anni è aumentata di circa il 60%: il rapporto tra quest’ultima e quella dei più giovani è passato da meno dell’unità a oltre 3”. Ad aggiungere ulteriori elementi sul tema c’è anche il recente Rapporto McKinsey “Poorer thain their parents: a new perspective on income inequality”.

Cosa vuol dire “povertà” per un bambino?

La povertà per bambini ed adolescenti si traduce in privazioni in ordine materiale e educativo, che produrranno effetti negativi sull’oggi e ancor più sul domani. Significheranno infatti – come ricorda Save the Children – “mancanza di opportunità, chiusura di orizzonti, impossibilità di raggiungere e fissare dei traguardi”. Le stesse difficoltà che, seppur con specifiche peculiarità, vivono anche i cosiddetti giovani-adulti penalizzati nella possibilità di pianificare un futuro e un proprio “piano di vita” (Ottonelli, 2016). Nuove generazioni, quindi, che rischiano di entrare in un circolo vizioso di povertà da cui sarà difficile affrancarsi, alla luce anche degli alti tassi di disoccupazione registrati.

Combattere la povertà con l’istruzione: i neolaureati sono i meno penalizzati per la ricerca di un impiego

Gli ultimi dati Istat confermano che la povertà tende a diminuire al crescere del titolo di studio. E lo fa anche in virtù del fatto che coloro che sono più istruiti, in modo particolare i laureati, sono maggiormente favoriti sul piano occupazionale. Una recente indagine del consorzio interuniversitario AlmaLaurea ha dimostrato che anche nel periodo di recessione economica, dal 2007 al 2014, i neo laureati sono stati i meno penalizzati nella ricerca di un impiego (il tasso di disoccupazione tra loro è passato dal 9,5% al 17,7% a fronte di un aumento di oltre 16 punti percentuali registrato tra i neodiplomati, dal 13,1% al 30,0%). Anche in questi anni di incertezza, dunque, rinunciare agli studi non è la scelta più opportuna.

Aumentano i giovani a carico dei genitori pensionati. La maggior parte dei pensionati, spesso genitori, ha un reddito basso che diventa così insostenibile.

Nel 2007 il trend era pressoché inverso rispetto ad oggi: l’incidenza della povertà assoluta andava tendenzialmente a crescere all’aumentare dell’età, decretando gli over 65 come la categoria più svantaggiata. Gli anziani dunque sono coloro che mediamente sembrano aver risposto meglio a questi anni difficili. Il tutto probabilmente è ascrivibile sia alle tutele del sistema pensionistico che al bene “casa” (ricordiamo che in Italia l’80% degli anziani vive in case di proprietà). La mancanza di un lavoro, è doveroso ricordarlo, può rappresentare un elemento di forte “rischio sociale” specie se cumulato con altre forme di disagio.

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Antonio Ioele

Antonio Ioele

10 anni, tra Italia ed estero, tra radio, tv, carta stampata e web. Da febbraio 2017 sono il delegato dello "Studio Associato laRed" (P.IVA 05569100653), proprietario della testata giornalistica laRedazione.eu.

Il portale www.laredazione.eu è fisicamente alloggiato presso i server di Aruba S.p.A.

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