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C’è un prima e un dopo 23 novembre 1980. 40 anni dopo.

Paesi dai nomi quasi sconosciuti e da quel giorno scolpiti nella nostra memoria.

Campania, terremoto del 1980. Io c’ero. Piccola, 17 mesi, passi ormai sicuri, resi goffi da uno sciocco pannolino di stoffa e il racconto di me sotto il tavolo diventato leggenda a casa mia.

Cosa posso saperne, allora, io di quel terremoto che sconvolse una vasta area dell’Appennino meridionale quel 23 novembre del 1980, alle 19.34?

Nulla, se consideriamo un solo istante. Tanto, se penso a quanto abbia fatto parte della mia vita “u’ terremoto”. In 40 anni è stato tutto un “prima ru terremoto” e un dopo. Terremotati e prefabbricati hanno costellato le storie di tante famiglie. Amici, conoscenti, nei piccoli paesi non fa differenza.

23 novembre 1980. Ore 19.34 una scossa sismica di magnitudo 6.9 della Scala Richter si sprigionò dalle profonditá sottostanti il Monte Cervialto, investì violentemente il cuore dell’Appenino campano e lucano. L’epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza, e Conza della Campania. Paesi sventarti,interi nuclei urbani rasi al suolo. 2914, i morti.

Nel racconto della mia famiglia eravamo tutti a Padula, a casa dei nonni materni, intorno alla tavola, con cugini e zii come tante altre volte. Io, piccola, giocavo sulle gambe di mio zio Michele. La tv accesa in sottofondo, a quell’ora la Rai trasmetteva un tempo di una delle partite della Serie A giocate nel pomeriggio.

Mio nonno raccontava di una luna rossa, di caldo anomalo di una giornata di novembre, mia nonna del tintinnio dei bicchieri stipati nella credenza. Sempre più forte, insistente. Il pavimento che d’improvviso iniziò a sussultare. E poi quel boato a spezzare la magia di una serata in famiglia. “Pochi minuti che sembrarono eterni”, mi hanno raccontato negli anni, e il fragore dei passi per uscire di casa. Gli sguardi, gli occhi impauriti, a contarsi gli uni con gli altri, a ritrovarsi e chiedere cos’è stato. I vicini a darsi voce, in un appello carico di angoscia. E io, sotto il tavolo, tranquilla. Cosa potevo saperne io di terremoti, a 17 mesi. Mio padre tornato di corsa in casa a riprendermi dice che ho continuato a giocare.

La casa dei miei nonni, come tante del vicinato non aveva subito danni e il pensiero di mio padre presto si spostò sui genitori che abitavano a Teggiano. Ci mettemmo subito in auto. Il tragitto sembrò lunghissimo e tanta gente si era riversata in strada, spaventata. Nessuno è rientrato in casa per giorni, le auto parcheggiate nei cortili sono state casa nostra, a farsi coraggio con parenti e vicini. Ma ancora non sapevamo.

90 secondi fermi nella Storia e nelle storie di quanti quel giorno avevano abbastanza anni per ricordare, uniti in un lungo, unico filo conduttore, fatto di smarrimento e paura e la “terra trema e con essa le certezze”.

23 novembre 1980, il bilancio e il dramma

Il bilancio del dramma fu di 2.914 morti, 8.848 feriti e 280.000 sfollati. Il maggior numero di vittime fu in Irpinia, ma palazzi fatiscenti collassarono anche a Napoli e in provincia di Potenza. A via Stadera crollo un palazzo causando la morte di 52 persone. A Balvano, invece, crollò la chiesa di S. Maria Assunta, uccidendo sotto le proprie macerie 77 persone, di cui 66 bambini.

Nelle ore successive e con le comunicazioni interrotte non si ebbe il senso della gravità della tragedia. I primi tg dell’epoca parlano di “nessun morto”, “solo tanta paura”. Soltanto a notte inoltrata si cominciò ad evidenziare la vera entità del dramma. Da una ricognizione effettuata nella mattinata del 24 novembre  con un elicottero vennero rilevate le reali dimensioni del disastro. Uno dopo l’altro si aggiungevano i nomi dei comuni colpiti; interi nuclei urbani risultavano cancellati, decine e decine di altri erano stati duramente danneggiati.

“Fate Presto”

Emblematico rimase il titolo del Mattino di Napoli del 26 novembre, tre giorni dopo il terremoto, con il grido FATE PRESTO in prima pagina.

Sandro Pertini era il Presidente della Repubblica, Arnaldo Forlani, Presidente del Consiglio, Nilde Jotti e Amintore Fanfani, rispettivamente a capo di Camera e Senato. L’Italia era ancora in gran parte in bianco e nero, pochi i privilegiati a guardare il mondo a colori anche in tv.

E proprio dalla tv, arrivò il messaggio più forte, che smosse gli italiani e non solo. Di ritorno dall’Irpinia il 26 novembre Pertini fece un discorso a reti unificate nel quale denunciò con forza il ritardo e le inadempienze dei soccorsi, che sarebbero arrivati in tutte le zone colpite solo dopo cinque giorni.

Parole dure le sue, come non si erano mai ascoltate in un discorso istituzionale: “Sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione dei sopravvissuti. Sono arrivato in quei paesi subito dopo la notizia che mi è giunta a Roma della catastrofe. A distanza di 48 ore non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari. Sono stato avvicinato da abitanti delle zone terremotate che mi hanno manifestato la loro disperazione ed il loro dolore, ma anche la loro rabbia. Non è vero – come qualcuno ha scritto – che si sono scagliati contro di me, anzi sono stato circondato da affetto e da comprensione umana. Ho dovuto constatare che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi. E i superstiti presi di rabbia mi dicevano: “Ma noi non abbiamo gli attrezzi necessari per poter salvare questi nostri congiunti, liberarli dalle macerie”.

Il terremoto del 23 novembre 1980 è stata l’ignobile scuola di chi delle sciagure ha fatto un business

Negli anni, da grande, ho riascoltato spesso quel discorso e Pertini è diventato il MIO Presidente. Quanta rabbia ad ascoltarlo ancora oggi, 40 anni dopo. C’è un prima e un dopo 23 novembre 1980, ma oggi il MIO Presidente rimarrebbe inorridito da quello che è stato fatto, dalle speculazioni, dai ritardi, le mancate promesse, la desolazione, lo sciacallaggio. L’Irpinia come il Belice e come l’Irpinia l’Umbria, il Molise, l’Aquila, l’Emilia, Amatrice.

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