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Essere italiano in Europa ai tempi del Coronavirus

In questi giorni in cui la paura da contagio e le norme del Governo stanno cambiando la nostra vita, mi trovo spesso a riflettere e confrontarmi su come tutto questo stia deformando le nostre abitudini. Fosse anche solo per quello che vedo intorno, gli argomenti di discussione diversi dai soliti, le notizie di cui ci occupiamo ogni giorno. Sulla mia scrivania, nella vita lavorativa e privata si susseguono storie e riflessioni che mai avrei pensato in questo 2020.

Mi accorgo però che da qui non ho il reale polso della situazione. Il nostro “non stringerci le mani” spesso è semplicemente accompagnato da un sorriso di intesa e di vicinanza. Poi ho parlato con il nostro collega Antonio Ioele che da settembre vive a Bruxelles per lavoro. E quello che mi ha raccontato ha cambiato la mia visione. Vorrei condividerla con voi, amici e amiche de laRed.

L’ingresso di uno dei bureau a Bruxelles con l’immancabile Tricolore.

“Da quella che tira un passo indietro per non entrare in ascensore, al tassinaro belga che quando ti vede ride dandoti dell’ “italien coronavirus” fino a quello, immancabile, che chiede l’elemosina salvo poi tirare dritto quando ti sente parlare in italiano.

In queste ore, l’Italia è iper presente nei telegiornali di mezzo mondo per essere la “worst in Europe” in quanto a contagi da Coronavirus. Sommessamente è come se l’Italia fosse il potenziale untore dei popoli.

Il metodo usato dal Governo italiano, giusto o sbagliato che sia, non spetta a me giudicarlo. Del resto non sono un medico, un virologo o uno scienziato. Ma certamente quel metodo ha generato una serie di conseguenze decisamente dure, tanto in Patria quanto all’estero.

All’estero, io mi trovo in Belgio da tempo, l’italiano ha sempre generato sicure sensazioni. Dalla mozzarella alla pizza, dal bunga bunga o alla mafia, dal mandolino alla tarantella, dire Italia voleva dire qualcosa di caratteristico unico e unanimente riconosciuto.

Ecco, tutto questo è stato praticamente (spero temporaneamente) dimenticato a favore di una novità: italiano = coronavirus. Praticamente ci siamo trovati in poche ore gli “untori d’Europa”.

Arrivo all’aeroporto internazionale di Bruxelles. Al di là dei dieci gradi lasciati a Napoli, decido di prendere un taxi. Ogni tanto ci vuole. Mi approccio al tassinaro chiedendo “en francais” di poter pagare con “carte bancaire”. “Oui, monsieur – risponde il tipo simpaticissimo originario dell’Africa centrale – d’où venez-vous?” domanda poi. “Italien” rispondo con orgoglio rotto da “Italien? Coronavirus!”. Mazzata uno.

Uno degli ascensori dell’EP.

Sono in ufficio, al piano terra. Devo andare al terzo e attendo l’arrivo dell’ascensore. Incontro una collega italianissima come me, al suo fianco una tipa di qui. “Bonjour” faccio per salutare tutte. Arriva l’ascensore, entriamo io e la compatriota che, nel frattempo, mi chiede “Come stai?”. A quel punto, la tipa fa letteralmente un passo indietro e va via. Le porte si chiudono. Ci guardiamo quasi a dirci: “Siamo così spaventosi?”. Mazzata due.

Cammino a passo svelto. Sto facendo tardi in ufficio. Penso alle prossime cose da fare. Sono con la testa altrove, mentre le gambe marciano a tambur battente. Arriva un soggetto, non belga, forse un rom, lo trovo spesso in quel punto. Mi chiede in francese l’elemosina. Rispondo sovrappensiero e diretto: “Ma perchè chiedi sempre a me?”. L’italiano, mannaggia, ho usato l’italiano. Non faccio in tempo a riformulare la domanda in francese che, mai successo in vita mia, il giovane uomo scatta, quasi corre. Non ho altra spiegazione se non che stia scappando dall’italiano untore.

Mai successo di vivere un’emergenza sanitaria, ancor di meno lontano dal mio Paese. Lo dico senza mezzi termini: questo status di “untore d’Europa” proprio non mi va giù. Sbeffeggiato, è capitato anche questo, da un gruppo di tedeschi che hanno preferito non respirare nel transitare velocemente a piedi dinnanzi a italica presenza. Salvo poi scoprire che in Germania il “paziente zero” lo hanno avuto molte settimane fa, ma nessuno ne ha dato menzione. Bugiardi? Non lo so, se però dico che siano stati scorretti, penso di non dire una bestialità.

La corretta mappa della CNN sulla diffusione del virus.

Ultima cosa: da qui, siamo tutti italiani. Da nord a sud, dalla “vrenzola” napoletana alla casalinga di Voghera, nessuna distinzione. E approfitto, per favore, non facciamoci prendere in giro anche per l’uso assolutamente sbagliato e ridicolo delle mascherine. In aeroporto di persone con le mascherine capita di vederle. Un tempo le usavano solo gli asiatici. Ora ci sono quelli che parlano al cellulare con la mascherina spostata sotto il mento, quelli sono solo in Italia.

Spero di poter tornare presto a casa. Tutto sommato, il mio Paese mi manca. Assai.”

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