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Un film con un trio d’eccezione: Matrimonio all’italiana (1964)

Quando si parla di “Matrimonio all’italiana” mi appare davanti agli occhi una foto del set, dove sono seduti: Vittorio De Sica, Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Tre icone del cinema italiano, che insieme hanno formato un trio di successo

Il soggetto e la trama sono tratti dalla commedia teatrale di Eduardo De Filippo Filumena Marturano del 1946, l’opera o meglio la creatura più cara ad Eduardo, interpretata a teatro dalla sorella Titina De Filippo. Eduardo volutamente mantenne le distanze dal film, temendone un grande insuccesso di cui non voleva essere complice. Ma il film tutto fu tranne che un fiasco, anzi, può vantare: quattro nominations all’Oscar, ben quattro David di Donatello (miglior regista, miglior produttore, migliori attore e attrice protagonista),  un Golden Globe, un altro premio al Moscow International Film Festival a Sophia Loren come migliore attrice protagonista nonché un Nastro d’argento per la migliore attrice non protagonista a Tecla Scarano (per la parte di Rosalia, confidente di Filumena).

Della commedia il film mantiene solamente i tratti caratterizzanti della trama, per quanto concerne lo sviluppo della storia e della narrazione, gli sceneggiatori si distanziarono notevolmente dal copione teatrale.

Grazie alla direzione magistrale del noto regista neorealista (De Sica), e al duo ben che collaudato di Loren e Mastroianni, Matrimonio all’italiana ha conquistato gli spettatori, trascinandoli in una storia romantica ma allo stesso tempo straziante, intrinseca di riscatto sociale e di amore materno.
Filumena Marturano (Loren) ci viene presentata durante gli anni della sua relazione con Domenico Soriano (Mastroianni) attraverso flashback. Da neo-prostituta diciasettenne che si innamora all’istante dell’affascinante giovanotto che la protegge e le tiene compagnia durante i bombardamenti, ad una donna stanca pronta ad ingannare quel suo grande amore pur di garantire un futuro migliore per i suoi tre figli ; quel futuro che ha sempre desiderato per sé e che non è mai riuscita a raggiungere. Figli tra l’altro che ha sempre tenuto nascosti. Dummì (abbreviazione di “Don Domenico”) ne verrà a conoscenza solo dopo il “matrimonio fasullo”, con il quale Filumena cercherà di legarlo a sé, fingendosi in fin di vita.

I primi piani del viso e i veloci zoom sugli occhi ( tipici del cinema neorealista) garantiscono a De Sica un filo diretto con lo spettatore, sottolineando il mutamento del personaggio nel corso della storia.

In particolare lo sguardo della Loren, nelle scene iniziali, è uno sguardo ricco di speranza, che sogna attraverso le dolci e suadenti parole di Dummì. Nelle parte finale invece, è uno sguardo rabbioso, desideroso di vendetta e di riscatto.
Un riscatto che lei vuole per i suoi tre figli, uno dei quali è di Don Domenico Soriano. La notizia che uno dei tre sia suo figlio, mette in crisi il personaggio di Dummì, che si arrovella su chi fosse il suo erede. Riflette sulla sua ultraventennale relazione con Filumena, rendendosi conto che forse, quella donna tanto bistrattata, ha  da sempre rappresentato un punto fisso nella sua vita.

La vicenda si conclude con un vero matrimonio tra Don Domenico Soriano e Filumena Marturano, con il riconoscimento di tutti e tre i figli.

La scena finale del film non poteva che sugellare quel sentimento di dramma, caratterizzante della storia, con il saluto dei tre figli a Don Domenico all’uscita della Chiesa: “Buongiorno papà!”. Allora Filumena si lascia andare per la prima volta ad un pianto liberatorio (più volte Dummì le aveva recriminato il fatto che non piangesse mai) e la cinepresa o meglio l’occhio dello spettatore si allontana, lasciandole vivere quella pace finalmente raggiunta.

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