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Trapianto di rene da donatore vivente, un caso a Cava de’ Tirreni

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Trapianto di rene da donatore vivente, un caso a Cava de’ Tirreni.  Intervista al dottor Carmelo Alfarone, responsabile nefrologo del Centro Betadial

Mamma dona il suo rene, e un futuro migliore, al figlio da tempo malato. È la storia di un trapianto da donatore vivente – raro e complesso – effettuato lo scorso 26 gennaio a Padova, su un paziente cavese di 24 anni. A raccontare la storia al giornalista Giuseppe Ferrara sulle pagine del quotidiano “ La Città di Salerno” è il dottor Carmelo Alfarone, responsabile nefrologo del Centro Betadial, facente parte del Consorzio Nefrocer.

Ci racconti il caso

Si tratta di un trapianto di rene effettuato a Padova (dall’equipe diretta dal prof. Paolo Rigotti) su un paziente seguito ambulatorialmente a Cava de’ Tirreni, un ragazzo di 24 anni, Salvatore Cozzolino. Nel dicembre 2016 da un esame di laboratorio emergeva una funzione renale alterata con valori che giustificavano l’avvio a trattamento emodialitico, che il giovane inizia presso il reparto di nefrologica dell’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore. A gennaio 2017 il ragazzo viene dimesso per essere seguito presso il Centro Dialisi Betadial facente parte del Consorzio Nefrocenter in attesa di trapianto. Sono stati gli stessi genitori a mettersi a proporsi come donatori e per motivi di istocompatibilità viene scelto il rene appartenente alla mamma Marianna Guarino. Il 26 gennaio 2018 viene effettuato il trapianto presso il centro di Padova, il rene ha dato subito segni della sua funzionalità appena finite le anastomosi vascolari, ureterali e vescicali.
Qual era la patologia di cui era affetto Salvatore, e quali sintomi comportava?
Si tratta di una malattia renale rara, la Sindrome di Bartter, geneticamente trasmessa e dovuta a un riassorbimento difettoso di sali a livello dei tubuli renali e che ha scarse aspettative di vita se non viene curata rapidamente. La malattia renale era insorta già nei primi anni di vita, quando se ne sono accorti si è provveduto a somministrare integratori di sali di potassio per sopperire a quelli che venivano espulsi insieme all’urina. Intanto, con il passare degli anni, cominciavano a manifestarsi i primi sintomi – scarsa crescita considerato che senza calcio le ossa non si calcificavano, sordità lieve – finché non si è poi reso necessario il trapianto.
Un messaggio forte e commovente, quello che arriva da un caso clinico come questo.
Senza ombra di dubbio. È inestimabile l’amore di questa mamma che per la seconda volta dona al figlio la possibilità di vivere, e di cominciare un percorso nuovo e indipendente, finalmente, da macchinari e medicine. La compatibilità perfetta degli organi è una cosa assai rara, se non c’è una corrispondenza di diversi fattori si rischia il rigetto e questa mamma non si è tirata indietro di fronte alla possibilità di salvare la vita a suo figlio. Sicuramente un esempio per quanti vivono situazioni analoghe.
Ha avuto altri casi analoghi?
Nel dicembre del 1976 abbiamo eseguito il primo trapianto da donatore vivente a Roma. Ma più di recente, nell’aprile 2016, c’è stato il caso di Fetene, una ragazza etiope, che è riuscita a dare alla vita Natan senza alcuna complicazione, pur essendo una paziente dializzata. Il tutto grazie ai medici che avevano preso a cuore il caso, seguendo la ragazza quotidianamente in un percorso complicato rispetto alle altre gravidanze, ma vissuto senza problemi.

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