EVIDENZA Salerno

San Rufo dice no ai migranti. Caro Belpietro ti scrivo…

Belpietro

San Rufo dice no ai migranti. Le telecamere di “Dalla vostra parte” nel Vallo di Diano. Caro Belpietro ti scrivo…

E’ un’affermazione impegnativa dire che non siamo razzisti.

Non siamo razzisti noi, ma loro stanno diventando troppi. Non siamo razzisti, ma dobbiamo difenderci. Non siamo razzisti, ma questa è casa nostra.

L’inclusione, suo contrario, ci appare una forzatura. Inclusione, quindi, non è uno spontaneo atteggiamento di bontà, ma un cammino metodico, assai difficile e senza mappatura. Chi dovrebbe insegnarcelo? Da cosa dovrebbe essere accompagnato?

Siamo figli di una Nazione che ci tratta come sudditi e che legifera se conviene, altrimenti rinvia per non assumere responsabilità. Uno Stato che non spiega il perché delle sue scelte diventa terreno fertile per l’oscurantismo.

Sono nata in un piccolo paese della provincia salernitana, poco meno di duemila abitanti. A scuola io e mio fratello conoscevamo dei bambini, figli di genitori provenienti dal Marocco. Erano come noi: nati nel nostro stesso ospedale. Di straniero, quindi, solo il cognome, le origini. Poca roba per noi bambini per portarci a vedere quei volti come diversi.

Il termine razzismo per me era quello sui libri e nei film, lontano dal mio quotidiano. I razzisti – secondo quanto avevo imparato – erano i bianchi che schiavizzavano gli afro-americani, che ne facevano commercio, li trattavano come proprietà. Ma quei neri stavano negli Stati Uniti e in Sudafrica, perché era là che i bianchi non sopportavano le persone di colore. Era dunque facile non essere razzisti.

Nei piccoli paesi come il mio invece, accoglienza era un termine usato con semplicità; è pane quotidiano. Ancora oggi, si accoglie il turista, il parente venuto da lontano, l’amico dell’amico; tutti come in famiglia e con grande facilità.

Le cose cambiamo, però, quando gli individui da accogliere diventano tanti. Tutto d’un tratto la nostra ospitalità si trasforma in fastidio se non, poco dopo, in paura.
Probabilmente deriva dalla valutazione istintiva del nuovo rapporto di forza che l’evento crea. Se l’individuo diverso è uno o sono pochi, sento di poterlo controllare. Se gli individui sono tanti e in gruppo, ci sentiamo minacciati, nel nostro territorio, nelle nostre abitudini, nelle nostre tradizioni.

I nuovi venuti diventano minaccia nel nostro lavoro già di suo insidiato, nelle nostre possibilità, poche e precarie, nelle nostre risorse. Non ci tranquillizza il fatto che si accontentino di mansioni scarsamente qualificate, che spesso non ricerchiamo né per noi stessi, né per i nostri figli. Oggi ci tolgono quel poco, ma domani? E poi, chiedono cure, vogliono scuole, chiedono diritti. Sale la paura del “non ce n’è abbastanza”. Siamo noi contro loro. Noi cittadini italiani senza tutela contro loro, migranti senza patria.

Cosa fare per liberarci dalla paura? Per sfuggire alla guerra tra poveri? Tendere una mano. Non sterile e forzata bontà, ma vera inclusione.
Stringere rapporti tra le comunità, accogliere, garantire diritti e chiedere doveri. Cittadini uguali, per togliere noi dall’isolamento, per togliere loro dall’isolamento. Soli noi, soli loro.

E dalla solitudine nasce il disagio. Lo viviamo sulla nostra pelle. I nostri piccoli Comuni più di tutti, isolati, resi in miseria, privati di servizi e intanto, mi chiedi accoglienza. Il cuore può essere grande, ma si spezza davanti agli occhi di padri e madri che stentano a costruire un futuro per i propri figli. Le comunità si stringono e fanno scudo, a torto o ragione.
Di fondo, egoismo e razzismo sono atteggiamenti originari e istintivi; la generosità e l’integrazione sono atteggiamenti acquisiti, frutto di educazione.

Ma uno Stato assente non educa, impone. E pensare che la nostra Costituzione dice esattamente il contrario. Forse sarà per questo che la volevano cambiare?

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