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Rapporto Cave 2017, canoni di concessioni irrisori e sempre meno lavoro in Italia

Rapporto Cave 2017

Rapporto Cave 2017 di Legambiente: 3 miliardi di euro di fatturato, 4.700 cave attive e 14mila abbandonate. Canoni di concessione irrisori e addirittura in Valle D’Aosta, Basilicata e Sardegna si estrae gratis. Boom di export nei materiali lapidei, ma sempre meno lavoro in Italia.

Serve una profonda innovazione nel settore soprattutto alla luce delle Direttive europee che prevedono che entro il 2020 il recupero dei materiali inerti dovrà raggiungere quota 70%.
È quanto emerge dal Rapporto Cave di Legambiente, che dal 2009 effettua un monitoraggio della situazione delle attività estrattive, e scatta una fotografia puntuale sui numeri e gli impatti economici e ambientali, delle regole in vigore nelle diverse Regioni, individuando anche le opportunità che esistono puntando sull’economia circolare.

Il dossier 2017 è stato presentato a Roma nel corso della conferenza stampa che ha visto la partecipazione, tra gli altri, del vice Presidente di Legambiente, Edoardo Zanchini e del Presidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, Ermete Realacci.

Il Rapporto Cave 2017 di Legambiente mostra da un lato una crescita record per il prelievo e la vendita di materiali lapidei di pregio, con esportazioni in aumento (2 miliardi di euro nel 2015), dall’altro documenta la riduzione del lavoro in Italia nel settore.
In particolare la crisi dell’edilizia degli ultimi anni in Italia ha ridotto il numero di cave attive (-20,6% rispetto al 2010) a 4.752 ma restano rilevanti i guadagni per chi estrae materie prime: 3 miliardi di euro all’anno per la vendita di inerti e pietre ornamentali a fronte di canoni di concessione irrisori (2,3% di media del prezzo di vendita di sabbia e ghiaia cioè 27,4 milioni a fronte di 1.051 milioni di volume d’affari). E in alcune regioni la concessione è gratis, come in Valle D’Aosta, Basilicata e Sardegna o vale solo qualche centesimo come nel Lazio o in Puglia.
Se fossero, invece, applicati i canoni in vigore nel Regno Unito (20% del valore di mercato) – spiega Legambiente – si recupererebbero 545 milioni di euro all’anno di incassi per le Regioni che, secondo una stima dal primo Rapporto Cave del 2009, avrebbero perso canoni per oltre 3,5 miliardi.

In nove Regioni, spiega il Rapporto, non sono in vigore piani cava e le regole risultano quasi ovunque inadeguate a garantire tutela e recupero delle aree. In Italia “si continua a scavare troppo e con impatti devastanti sull’ambiente (dalle Alpi Apuane alle colline di Brescia, da Trapani a Trani)” osserva Legambiente secondo cui “la strada del riciclo, malgrado la spinta delle Direttive europee, è ancora molto indietro”.

Legambiente ricorda, inoltre, che l’ultimo intervento normativo dello Stato nel settore risale al 1927 è il regio Decreto di Vittorio Emanuele III del 1927, “ma è evidente che senza un controllo dell’operato delle Regioni la situazione è insostenibile sia in termini di tutela del territorio, che di controllo della legalità e di riduzione del prelievo da cava. Peraltro le Direttive europee prevedono che entro il 2020 il recupero dei materiali inerti dovrà raggiungere quota 70%”.

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