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Ritornare a lavoro senza un braccio, la storia di Vincenzo

vincenzo rescigno

La storia di Vincenzo Rescigno. Un brutto incidente in moto, un braccio in meno e la voglia di ricominciare nonostante tutto.

“Dell’incidente ricordo che a un certo punto mi si è annebbiata la vista per il dolore al fianco, poi il nulla mi sono risvegliato in ospedale”.

Comincia così la nostra intervista a Vincenzo Rescigno. Classe 1987.

Quattro anni fa un incidente in moto gli strappa il braccio destro. La notizia rimbalza su tutte le testati locali. Vincenzo, di Mercato San Severino, è molto conosciuto in città. Sarà per la sua spontaneità o per il suo ruolo di salumiere nel supermercato Conad, ma tutti attendono notizie per la sua sorte.

L’incidente è grave. Vincenzo Rescigno ha perso il controllo della moto ed è finito contro un palo all’altezza dello svincolo di Fratte di Salerno. Durante la notte ha tre arresti cardiaci. A lottare insieme a lui, per tenerlo in vita, il personale del pronto soccorso del Ruggi – d’Aragona e della terapia intensiva, la sua famiglia, i suoi colleghi e i suoi amici che lo aspettano.

Vincenzo vuoi raccontarci la dinamica dell’incidente?
Ero in moto per andare a Salerno. Qualche settimana prima avevo avuto un piccolo problema mentre pattinavo. Cadendo mi sono incrinato una costola, il dolore era molto fastidioso ed ero in cura. Quella sera, la posizione sulla moto mi ha portato un dolore indicibile, si è annebbiata la vista e il resto lo sapete.

Quando e dove ti sei risvegliato?
Il giorno dopo, l’11 giugno 2015, ero nella terapia intensiva del Ruggi – D’Aragona di Salerno.

Cosa hai visto o sentito?
I rumori dei macchinari per me insoliti e poi l’ambiente bianco e silenzioso. I medici non si aspettavano un risveglio così repentino.

Chi hai visto per primo come volto familiare?
I miei genitori che non mi avevano mollato un attimo. Mia sorella. I miei colleghi, il datore di lavoro, i miei amici. Tutti erano rimasti là in attesa.

Ti hanno detto subito del braccio?
Più che dirmelo me ne sono accorto subito che non c’era più, ma tutta la mia attenzione è andata subito alla gamba quasi distrutta. Il fianco destro aveva avuto la peggio.

Come è stata la vita in ospedale in quei giorni?
In quei mesi vorrai dire. Dopo la terapia intensiva sono stato nel reparto di Ortopedia per le prime operazioni: ricostruzione del femore, rotula e poi ovviamente la spalla dove non c’è più il braccio. Ho avuto molti compagni di viaggio nella stanza della degenza, pazienti, infermieri, medici e poi la mia famiglia, i miei amici e i miei colleghi che non mi hanno mollato un attimo.

Cosa hai pensato dopo aver perso il braccio?
Sono vivo, basta questo. Il problema era il recupero della gamba, ritornare a camminare e guidare. Ho fatto moltissima terapia, oltre un anno ad allenarmi grazie all’aiuto del mio terapista, un gigante buono, Nicola Confessore, insieme ad un amico speciale, il suo cane Samu, un attento osservatore dei miei progressi.

Hai avuto paura di non tornare più a lavoro vista la situazione?
Mai. Il mio datore di lavoro ha atteso insieme ai miei colleghi il mio risveglio e mi ha subito detto che mi aspettava a lavoro. Sono tornato al supermercato dopo un anno e mezzo.

Prima dell’incidente mi occupavo del banco salumi ora sono uno scaffalista. Mi accorgo che le persone mi osservano, l’assenza del braccio si vede, inutile far finta di nulla; ma a tutto questo si sommano i sorrisi dei clienti che mi conoscono da anni, i colleghi che hanno superato insieme a me questa mancanza e i molti compagni di viaggio conosciuti durante la degenza.

Sono passati 5 anni dall’incidente cosa ti porti dietro di questa esperienza?
La protesi al braccio che uso solo nei momenti ufficiali per il resto vado in giro senza. Se mi volto indietro mi accorgo di non essermi mai fermato. Tanta gente è entrata e uscita dalla mia vita, una esistenza da cui cerco di prendere al meglio e soprattutto vivo alla giornata; il qui e ora. E poi ringrazio la mia famiglia di vita e di lavoro. Senza di loro non sarei qui.


laRed TV





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