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La Seconda Guerra Mondiale: testimoni di un tempo con Giovanni Ragosa

giovanni ragosa_ seconda guerra mondiale

La Seconda Guerra Mondiale. L’Armistizio dell’8 settembre 1943 nell’Agro- Pontino e il podere 624. La storia di Giovanni Ragosa

La Seconda Guerra Mondiale raccontata da un testimone di eccezione. Da chi la guerra veramente l’ha vissuta.

Oggi studente, domani soldato. Oggi libri, domani fucile. La storia è di Giovanni, classe 1921, residente a Montoro. In forze nell’Esercito Italiano con il grado di Caporal Maggiore.

A presentarlo Donato Ragosa, pronipote e appassionato di storia, ascoltatore attento del prozio di cui custodisce parte dei suoi ricordi.

Il signor Giovanni ci accoglie nel suo salotto di velluto verde, seduto in poltrona precisa subito: “I miei ricordi personali restano miei e intendo condividerli solo con me stesso”. Una affermazione che nell’epoca odierna, stride terribilmente con il nostro modo di fare quotidiano fatto di profili, stati e post.

Giovanni dischiude il libro dei suoi ricordi in un attimo. “La dichiarazione di guerra l’ho ascoltata per radio, all’epoca mi trovavo a Montoro Superiore. Avevo 19 anni.” Inizia così il suo racconto sulla Seconda Guerra Mondiale. Una storia che intreccia eventi storici con sogni e desideri di un giovane ventenne, improvvisamente in guerra. Un addio forzato agli studi, ai sogni e ai desideri per finire, di colpo, in divisa a Trento.

“Fui chiamato alle armi nel 1942. All’epoca studiavo all’Università a Napoli, avevo concluso gli studi presso l’Istituto Tecnico Industriale “Volta”, diplomandomi come perito industriale – capo tecnico. Fui spedito a Trento al IV° Battaglione di Istruzione. Restai lì fino al 1943. In realtà a Trento fummo chiamati a trasferirci dalla caserma alle casermette lungo il fiume Adige. All’epoca il mio comandante ci chiese di trasferirci portando a mano le brandine dove dormivamo. Mi opposi. Non era opportuno che l’Esercito Italiano mostrasse una immagine di se così umiliante trasportando mano i materassi. Alla fine usammo i camion. L’Esercito meritava il giusto onore.”

A Trento il tempo scorre: “Eravamo impauriti dalla guerra, ma conoscevamo bene il nostro compito. L’Esercito Italiano era formato da militari pronti a compiere il proprio dovere, con le difficoltà di uno scarso equipaggiamento. Ogni soldato possedeva un fucile e sei pallottole. ”

Con il susseguirsi dell’evento bellico nel 1943 l’intero battaglione viene trasferito a Latina a difesa dell’aeroporto.

“L’8 settembre 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale, con l’arrivo dell’Armistizio il battaglione si sciolse. Mi trovai a rincorrere i mie superiori per consegnargli la chiave della cassaforte. Erano depositati ben 500 mila lire, le decadi dei soldati. Così persi un giorno per lasciare la caserma. Nel frattempo i tedeschi iniziano a muoversi da Cisterna Latina verso il litorale per combattere l’arrivo degli Americani. Ci trovammo tra due fuochi”.

E’ in quel momento che Giovanni viene accolto da una famiglia del posto: ” Mi rifugiai presso un podere, numero 624, ovvero le case coloniche costruite da Mussolini durante la bonifica dell’Agro- Pontino. Il podere era di una famiglia di origine emiliana, I Salaro. Mi ospitarono presso la loro casa che si trovava lungo un fiume. Gli americani avevano fatto saltare i ponti e la casa si trovava proprio lì vicino, su una sorte di confine. Da un lato del ponte, dove si trovava la casa, i tedeschi, dall’altro gli americani che non si decidevano ad attraversare.”

Un’attesa  infinita all’interno delle case coloniche. Oltre alle famiglie erano stati accolti diversi militari italiani e sfollati. Le provviste agricole riuscivano a sfamare tutti per fortuna. Ma il peggio non era ancora arrivato.

“L’attesa che i militari attraversassero il fiume era tanta. Ci era stato detto di non uscire dal podere ed aspettare la venuta degli americani. Una delle ragazze presenti nella casa decide di recarsi in soffitta per controllare la situazione con un binocolo. Il riflesso delle lenti provocò il bombardamento del casale, i militari pensavano che ci fossero i tedeschi. Così mi disse un oriundo calabrese in forza agli alleati che ci racconto in seguito la motivazione dell’attacco al podere.  Insieme a Benito, un bambino di 8 anni, Virginia e Maria, due ragazze presenti nella casa, ci rifuggiamo sotto il tavolo dove stavamo mangiando.  Era mezzogiorno. Gli altri ospiti della casa si buttarono fuori per salvarsi; ma incontrano i colpi delle granate, morirono tutti. Noi scappammo in un vicino podere. Da li a qualche giorno ci spostammo nei pressi del paese di Santa Maria Goretti a Borgo Ferriere per poi incontrare gli americani.”

Giorni dopo Giovanni si imbarca con una nave da Anzio per Napoli per poi arrivare ad Avellino con un camion degli americani. Siamo già nel 1944. E’ primavera. Giovanni finalmente arriva a Montoro Inferiore, Cammina a piedi da Avellino. “Ebbi la fortuna di incontrare un paesano con il carretto e gli lasciai la valigetta con i miei pochi averi. quest’ultimo avvisò del mio arrivo. All’entrata del paese trovai tante persone tra cui le mie sorelle”.

La guerra era in parte terminata per una parte dell’Italia, ma non per Giovanni richiamato dal Distretto militare di Avellino per lavorare al fianco degli Alleati.

Di nuovo lontano da casa per recarsi prima a Napoli e poi a Frosinone. Viene congedato il 15 marzo del 1946. Da lì in poi inizio una nuova vita, fatta di certezze diverse.

“Mi ritengo fortunato, ho dovuto accettare le nuove situazioni e tutto ciò che essa hanno comportato. Riconosco in questo periodo di vita le stesse difficoltà che ho vissuto nel dopoguerra nel cercare lavoro. Prima della guerra con il mio diploma iniziavi immediatamente a lavorare, mentre a fine conflitto mondiale dovetti impegnarmi parecchio partecipando a diversi concorsi.”

Il racconto termina qui. Una storia che potrebbe tranquillamente continuare e chissà che Giovanni non voglia regalarci un’intervista alla nostra web TV. Lo aspettiamo. Abbiamo ancora voglia di ascoltarlo.

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