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Fundraising e marketing per i musei, una sfida possibile

Fundraising e marketing per il settore cultura, a raccontarci idee ed esperienze Raffaele Picilli, fundraiser per il terzo settore e beni culturali

I beni culturali possono essere potenziati e sviluppati? Possono creare economia e valore aggiunto per i territori? E il fundraising e il marketing cosa possono fare?

A parlarcene Raffaele Picilli, esperto in fundraising per il terzo settore e beni culturali in Italia. Un consulente con alle spalle esperienze con il Parco Archeologico di Paestum e Velia, il Teatro Massimo di Palermo e in ultimo l’Istituto Villa Adriana e Villa D’Este a Tivoli.

Picilli è presidente dell’associazione EUconsult Italia, associazione che riunisce i migliori consulenti del terzo settore italiano

Raffaele, quante sono le strutture culturali italiane che fanno fundaraising e marketing?
In Italia sono pochi i musei, le aree archeologiche o le istituzioni culturali che programmano azioni di fundraising e marketing. Una grande opportunità per i territori che va sprecata. Sono poche le strutture virtuose. Nel nostro paese i comuni hanno speso, nel 2019, 19 euro per cittadino in investimenti culturali, una cifra irrisoria che dimostra il mancato investimento per questo settore.

Come siamo messi in Europa?
L’Italia è al ventitreesimo posto su 28 paesi per investimenti nel settore dei beni culturali. Spendiamo pochissimo pure avendo uno dei maggiori patrimoni culturali al mondo. Inoltre i 130 milioni di turisti, ultimo dato del 2019 prima della pandemia, si concentravano sull’1% dei nostri beni culturali come Colosseo, Uffizi, ecc. Il resto viene quasi ignorato.

Cosa ha portato la pandemia a questo settore?
In Italia contiamo quasi 5000 mila strutture chiuse per oltre un anno, un danno economico che ha colpito non solo musei e aree archeologiche, ma anche l’intero indotto che ruota attorno a esso.

Cosa può fare il fundraising e il marketing per questo settore?
Moltissimo. In primis bisogna guardare ai musei come per le aree archeologiche in modo diverso. Superare l’ottica della vetrina per vedere in questi posti luoghi di incontro e socializzazione, non a caso in Europa nei musei sono spesso presenti: bar, coffee shop, ristorante, luoghi di aggregazione e librerie dove le persone possono vedersi, chiacchierare, visitare insieme una mostra o semplicemente bere un caffè. Questi luoghi sono delle vere istituzioni sociali, che offrono al pubblico spazi o servizi come: abbonamenti annuali, seminari, attività per i bambini. Inoltre c’è la necessità di una gestione nuova, fatta da manager culturali con una visiona strategica del bene che gestiscono.

Cosa manca in Italia?
Manca la cultura del dono per la cultura. Gli italiani donano molto per la ricerca scientifica, ma poco per la conservazione e sviluppo del patrimonio culturale.

Una buona prassi invece
In Italia abbiamo il museo Guggenheim di Venezia.
In Europa penso allo splendido lavoro del British Museum di Londra che, qualche anno fa, dedicò una mostra a Pompei. Oltre ad allestire una mostra con i pochi e selezionati reperti realizzò una serie di video per raccontare i giorni dell’eruzione. Con la vendita dei biglietti di quella mostra hanno quasi coperto l’incasso di un anno intero del Parco Archeologico di Pompei. Attraverso i giusti mezzi e l’utilizzo del digitale sono riusciti a raggiungere il target che desideravano e anche a fare business.

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