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Diario di bordo: destinazione Copenaghen, Danimarca

Non avrei mai immaginato che bastassero tre giorni per innamorarsi tanto di una città e per provare altrettanto freddo.

Giorno 1. Arrivata mi rendo conto che nemmeno la calzamaglia di papà che ho portato potrà assicurarmi una temperatura corporea vitale, ma bastano le prime case colorate a farmi circolare di nuovo il sangue nelle vene. Sistemo la valigia in ostello, il Generator, e mi metto alla ricerca del porto, Nyhavn, un tripudio di vivaci palazzi che si riflettono nell’acqua. La luce del tramonto mi trasporta verso la biblioteca reale fino ad arrivare a Tivoli, un parco di divertimenti magico, dove vale la pena spendere 14 euro anche solo per sognare 30 minuti.

Giorno 2.  Stamattina colazione al Norden Cafè, gita al castello di Rosenborg, reggia rinascimentale tanto sfarzosa quanto intima, e pranzo con il smorrebroad.

Avevo fiducia nella cucina danese fin quando non addento primo morso di questo piatto e “incredibile” (pensavo), “unico” (mi dicevo) “economico” (speravo), in realtà era una semplice fetta di pane di segale con salmone. Con lo stomaco colmo di delusione vado al museo d’arte nazionale che ospita oltre diecimila opere, bello sì, ma interminabile. È arrivata l’ora del the al Paludan Bogcafè, un bar letterario che mi fa sentire finalmente il calore di casa.

Giorno3. Piove. Mi imbarco lo stesso verso la Statua della Sirenetta. Dopo ventitrè minuti di cammino mi ritrovo davanti ad una statuina di 20 cm deludente quanto il smorrebroad.

Trovo riparo dalla pioggia sotto i portici di Amalienborg, fin quando non mi incammino per Christiania. Mi lascio incantare dai suoi murales folkloristici, dai coloriti stand che vendono marjuana alle famiglie e dagli abitanti che mi urlano di andare via perchè ho cacciato il cellulare per fotografare. Dopo pranzo mi imbatto in Christianborg, un altro palazzo reale situato su di una piccola isola al centro della città. Il sole è ormai calato e mi rinchiudo al Bastard Cafè per programmare il seguito del mio viaggio in solitaria.

Testo e foto di Laura Gabola

laRed TV





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