Attualità Scuola

DAD: pro e contro, come è cambiata la mia vita da studentessa

Abbiamo imparato a farci i conti e molti, come me, la vivono in prima persona: la fantomatica “Didattica a distanza”.

Data la situazione di emergenza sanitaria, la DAD è stato uno – e continua ad essere – dei primi provvedimenti per contrastare la diffusione del virus e impedire il contagio tra noi studenti ma, cosa comporta?

Sicuramente alzarsi poco prima della lezione, sorseggiare un caffè, sciacquarsi velocemente la faccia e restare in pigiama è un grande vantaggio ma, purtroppo, questa didattica a distanza provoca, secondo la mia esperienza e confrontandomi con i miei coetanei, anche tanti lati negativi.

È triste non poter vedere i sorrisi dei nostri amici, socializzare nella pausa caffè tra una materia e l’altra. Tutto si riduce ad un computer, una sterile voce, una sedia e noi, soli, nella nostra stanza. L’attenzione tende a calare più facilmente, il computer stanca gli occhi, i mezzi non sono sempre diretti e veloci. 

Ciò è dovuto soprattutto all’utilizzo di nuove tecnologie, intuitive sì, ma non per tutti.

Esse richiedono, infatti, delle specifiche competenze: sapersi collegare alla piattaforma principale utilizzata (Meet, Zoom ecc.), accendere e spegnere microfono e web, avviare una presentazione, consegnare un documento su Classroom, condividere un compito su Drive

Spesso non è neanche la cattiva gestione dello strumento a rendere difficoltosa la DAD, quanto addirittura la mancanza dello strumento stesso.

Serve un computer, o quanto meno un i-pad, delle cuffie, una connessione efficiente (per non parlare di quando salta, magari durante una verifica.. e in quel momento, che si fa?). Adesso rapportate il numero di questi strumenti ad ogni famiglia: chi ha due o più figli non dovrà avere un semplice computer, ma un ufficio per poterli coordinare tutti.

Un altro lato negativo risiede nella partecipazione: i più timidi, ad esempio, preferiscono non apparire mediaticamente in rilievo sullo schermo di tutti come accade. A volte non è nemmeno la timidezza il problema: non tutti vivono situazioni felici, immaginate il dispiacere di un bambino nel dover rispondere alla professoressa – e quindi accendere il microfono – mentre i genitori discutono.

Si crea, inevitabilmente, una commistione tra le due agenzie formative (scuola e famiglia) che non abitano, però, la stessa scena.

La DAD è l’unico modo, purtroppo, per contrastare e limitare la diffusione di questo virus e noi studenti l’abbiamo accettata e lo faremo fino quando non si ritornerà alla normalità. Tuttavia non possiamo nascondere i disagi che essa comporta e, soprattutto, comporterà, in maniera differente a seconda delle fasce d’età.

Pensiamo ai più piccoli, che cominciano a fare le prime amicizie, o a chi ha fatto il suo passaggio dalle medie al liceo e si trova in un mondo nuovo, ma che nuovo non è, perché “inscatolato” in uno schermo. Anche i più grandi che, come me, che frequento il secondo anno di università, non hanno avuto il tempo di ambientarsi, conoscere i professori, gli studenti, vedere l’università e viverla, viverla come i nostri genitori, parenti e amici ci hanno raccontato.

Ma noi studenti, nonostante tutto, non dobbiamo scoraggiarci. Questa è la nostra sfida, dobbiamo salvaguardarci e continuare a studiare. Sarà questa la nostra vera salvezza: se questa è la regola che hanno deciso per garantire il diritto allo studio, nonostante le difficoltà e i disagi lamentati, non possiamo negarne l’opportunità.

Restano, tuttavia, grandi interrogativi sul perché gli altri Paesi abbiano adottato scelte differenti garantendo la continuità delle attività scolastiche in presenza (es. vedi Francia), però non sta a noi risolverli.

Arriveranno tempi migliori e saremo “stranamente” felici di sederci tra quei banchi e quelle mura tanto odiate che, forse per la prima volta, guarderemo con occhi diversi. Io ci credo.

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