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Piscina comunale e quel romanzo infinito probabilmente non a lieto fine…

romanzo

Cava de’ Tirreni. Un altro capitolo spinoso si aggiunge al lungo, insidioso e probabilmente non a lieto fine romanzo che riguarda le sorti della piscina comunale.

Amministrazione e avvocatura, infatti, si trovano ora in stand-by per la richiesta di fallimento della società che gestisce la piscina di Via Gino Palumbo.

Il provvedimento legale – che in teoria dovrebbe permettere all’Ente di rientrare nel possesso dell’immobile e, contestualmente, recuperare il credito che il Comune vanta nei confronti della società – era stato proposto mesi fa, ma di fatto non assicura il rientro dei 500 mila euro maturati negli anni tramite gli affitti non corrisposti dalla Ati Porzio, considerato che la società non possiede al momento un patrimonio tale da poter estinguere il debito.

Così da Palazzo di Città si è deciso di procedere con maggiore cautela, in attesa degli esiti delle procedure legali già in corso, e approfondire con maggiore attenzione le prossime mosse da intraprendere per non mettere a rischio somme che, di diritto, appartengono ai cittadini cavesi.

L’Amministrazione del sindaco Servalli, il mese scorso – su sollecitazione del consiglio comunale che a tal proposito aveva formulato, a maggio, un preciso ordine del giorno – aveva dato mandato all’avvocatura di capire se ci fossero i presupposti e quali potessero essere le conseguenze di un’eventuale istanza di fallimento nei confronti della società che gestisce l’impianto sportivo.

“Esistono i presupposti per la dichiarazione di fallimento perché il debito della società ha superato i 500 mila euro – si legge nel documento prodotto dall’avvocatura e consegnato nelle mani dell’assessore con delega al Contenzioso, Paola Moschillo –. C’è però da considerare il fatto che il debitore non sia materialmente in grado di soddisfare le proprie obbligazioni”.
L’avvocatura si è quindi riservata – a fronte di maggior approfondimenti successivi e, soprattutto, all’esito atteso per il mese di dicembre dei procedimenti giudiziari pregressi e attualmente in corso – il parere in merito.

“Il fallimento non ci assicura il recupero dei soldi – ha tenuto a precisare l’assessore Moschillo –. A fronte di una sentenza, che ancora nei fatti non abbiamo e che ci accerta e chiarifica l’esistenza di un debito, l’escussione del patrimonio della società sarebbe possibile se ci fosse però un patrimonio da escutere”.

“Il patrimonio della società – conclude la Moschillo – ammonta a circa 20 mila euro e dall’accertamento che è stato fatto, rispetto all’esistenza di beni aggredibili, la società risulta priva di beni aggredibili per cui, all’esito della procedura fallimentare – così come nell’ambito di una procedura esecutiva normale – ci troviamo con una società che non ha beni aggredibili. Il fallimento comunque verrà chiesto”.

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