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Cava. Si trattò di malasanità? La famiglia di Filippo Trapanese chiede giustizia

«Glielo abbiamo promesso quando era ancora vivo, faremo luce sulla sua morte e gli renderemo giustizia».

A parlare è Annarita Trapanese, figlia dell’artista del ferro Filippo Trapanese, a quattro anni esatti dalla sua morte per un presunto caso di malasanità che vede attualmente coinvolti due medici dell’ospedale “Fucito” di Mercato San Severino e uno dell’ospedale cavese “Santa Maria Incoronata dell’Olmo”.

Prevista per giovedì l’udienza che, dopo anni di indagini, accertamenti e una serie di continui rinvii, potrebbe portare alla risoluzione del caso e, nel frattempo, i familiari attendono con ansia che la giustizia faccia finalmente il suo corso.

Una battaglia, quella della famiglia Trapanese – assistita dagli avvocati Andrea Porta e Rosaria Striano – cominciata ormai nel 2015, quando Filippo – 79enne ricoverato al nosocomio metelliano – ha smesso di vivere l’8 aprile per una serie di complicazioni che avevano fatto seguito a quella che sarebbe dovuta essere un’operazione di routine.
Tutto iniziò il 9 febbraio, quando l’uomo fu ricoverato all’Uoc di chirurgia generale del “Santa Maria Incoronata dell’Olmo” di Cava per un trattamento legato a una serie di problemi scaturiti da una forma di colecisti. Il giorno dopo ne fu disposto il trasferimento a Mercato San Severino, nel reparto di endoscopia digestiva. In quella sede, il paziente subì un intervento endoscopico retrogado visionato ed effettuato da due medici. Ma durante l’operazione a causa di un «non corretto tecnicismo operatorio» si verificò una perforazione retroperitoneale. Con un nuovo trasferimento all’ospedale di Cava, i medici non avrebbero però diagnosticato in tempo quella lesione, omettendo di intervenire una seconda volta chirurgicamente per rimediare a quanto avvenuto nell’altro ospedale. Secondo una consulenza della Procura, l’infezione che scaturì dal primo intervento non fu contrastata efficacemente. Filippo Trapanese fu operato infatti solo il 20 febbraio, morendo a causa di una «sequenza fisiopatologica settica a valenza letifera», il successivo 8 aprile

«Sapeva che qualcosa non andava dopo l’operazione, ce lo diceva in continuazione: “Mi hanno fatto un guaio”, e ci aveva fatto giurare che avremmo fatto il possibile per accertare cause e responsabilità della sua morte – spiega la figlia di Filippo Trapanese, Annarita – E solo così poteva essere, noi gli credevamo perché nonostante la sua età era sempre lucido e operativo, ci teneva molto alla salute e si curava per qualsiasi cosa. Invece i medici ci dicevano che era ansioso. Poi le circostanze hanno dimostrato la ragione da che parte stava, e ora vogliamo fortemente che anche la giustizia sia dalla nostra parte perché non è possibile che un uomo entri in ospedale per un’operazione di routine e ne esca defunto dopo giorni di calvario senza che nessuno facesse nulla».

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