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Cava de’ Tirreni: vivono da 27 anni in un sottoscala. Chiedono una casa al Comune

Cava de’ Tirreni, località Sant’Arcangelo. Vivere in tre in meno di 30 metri quadri. Bagno e cucina in un unico ambiente. Come è possibile crederlo vero oggi? Neanche a vederlo con i proprio occhi riesci ad elaborare la forza d’animo di un simile sacrificio. A noi l’hanno raccontato i signori Pietro e Antonietta Senatore insieme al figlio Francesco.

Tanta dignità nei loro occhi; ci hanno aperto le porte di quella che è la loro casa da 27 anni, accogliendoci con un caldo sorriso. Non c’è rancore nelle loro parole. Solo tanta amarezza. Quella di Pietro, allettato da 10 anni dopo una caduta da un’impalcatura, che ci racconta il dolore per le promesse non mantenute.

Da ormai 5 anni hanno fatto richiesta al Comune per un alloggio, ma non hanno mai ricevuto risposta; la loro pratica non riesce a scorrere la graduatoria. Ed è pur vero che in Città sono in tanti come loro a rivolgersi al Comune ed è difficile riuscire a venire incontro alle esigenze di tutti. Eppure la fragilità sociale che si abbatte su una fetta di concittadini impone innanzitutto uno snellimento della burocrazia.
“Da una decina d’anni – ci racconta la signora Antonietta – la situazione si è complicata, con mio marito allettato per un’incidente sul lavoro. È difficile prendersi cura di lui in queste condizioni, difficile portarlo in bagno in un locale così stretto. Da 5 anni abbiamo fatto richiesta di un alloggio comunale, ma non abbiamo mai avuto risposta”.

“Chiedo al Sindaco, Vincenzo Servalli un aiuto – continua Antonietta – perché in queste condizioni non possiamo andare più avanti. Viviamo con la pensione di invalidità di mio marito, riconosciutagli appena due anni fa di 290 euro. Io sono casalinga adesso, fino a qualche anno fa lavoravo in una fabbrica di tessuti. Siamo stati costretti a chiedere che nostro figlio a 16 anni venisse ospitato in una casa famiglia, perché soffre di crisi epilettiche e aveva bisogno di un’assistenza maggiore che noi non potevamo dargli”.

“Non c’è una soluzione – ci dice Francesco – Ho vissuto così da sempre e non è facile. Mentre ero in Casa famiglia sono riuscito a scirivere un libro di poesie. Avevamo là una stanza in due, si stava tranquilli, si poteva studiare. Qui non è la stessa cosa. Dormo in un letto precario, ho paura che l’armadio per l’umidità e il peso degli abiti possa cadermi addosso. Studio beni culturali all’università di Salerno. Qui non riesco a concentrarmi, se avessi una camera per me sarebbe tutto diverso, invece tutti insieme non ho i miei spazi”.

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