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Casa è il mio Paese, ovunque io sia. La storia di Cristina

In un momento storico e sociale come questo, ognuno di noi vorrebbe stare a casa propria. Ovviamente non “casa” intesa come un qualsiasi immobile di cui siamo affittuari o proprietari. Casa è intesa come amore, famiglia e soprattutto direi un porto sicuro. Per esempio la lingua inglese, ed è una cosa che mi piace molto,  ha appositamente due termini diversi per indicare l’idea di casa: house, inteso come costruzione fisica quindi il luogo di abitazione, home invece come il nido degli affetti familiari.

È in quel nido che vorremmo sempre tornare. La casa dove si è cresciuti, quella di cui conosci ogni angolo, ogni segreto, ogni crepa, ogni minima macchia di opacizzazione della pittura. Perché se fuori c’è il temporale sai che lì ci sono delle braccia forti a sorreggerti o un sorriso che è pronto a tranquillizzarti. “Passerà”.

Stavolta però non siamo potuti tornare nel nostro porto sicuro. Molti, come me, sono rimasti assai lontani.

Abbiamo voluto fare gli eroi? No, semplicemente buon senso. Che parolone. Mentirei se dicessi che è nato in maniera istantanea. La prima idea che mi ha stretto un nodo in gola e chiuso con un tappo di sughero la bocca dello stomaco è stata solo una: la fuga. La sopravvivenza dei nostri antenati nel paleolitico ha lasciato un’orma nei nostri istinti più profondi, mi ha insegnato il mio adorato Piero Angela, adesso ho capito cosa significa. Istinti puri, nudi e crudi. Il bello sta nel domarli, come ho cercato di fare io.

La cosa che più mi ha spaventato, e che mi ha bloccato in un secondo momento, è stato il pensiero di aver contratto il virus e non saperlo. Essere uno dei famosi soggetti asintomatici.

Fino a venti giorni fa anche io era ai Navigli a fare l’aperitivo, al bar a prendere il caffè, a cenare al ristorante. Senza tante paturnie, senza timori. Quindi come faccio a sapere se sono o meno un pericolo per gli altri? Non voglio neanche indicare un concetto così generico e forse poco concreto come gli altri. Riformulo e dico: come faccio a sapere se sono o meno un pericolo per le persone che amo? I miei genitori, mia sorella, mio cognato, i mie nonni, le mie amiche e i miei amici.

So cosa significa vedere una persona anziana con gravi problemi respiratori in terapia intensiva. Sofferenza e dolore. Non ci sono altri sostantivi per descriverlo, e penso che sarebbe tremendo scoprire che qualcuno stia male a causa mia.

#iorestoacasa

In questo caso Milano cerco di identificarla un po’ come una casa. Mi ha accolta e mi sta aiutando passo passo ad avverare i miei sogni. E non sono l’unica! Questa città ha accolto e continua ad accogliere come me, migliaia di ragazze e ragazzi che hanno il coraggio di fare una valigia e andare via dalla loro terra. Però, figa raghi. Non è che alla prima difficoltà abbandoniamo la nave!

La cosa che sto raccontando più spesso quando mi chiedono “Come stai?” è la mancanza del contatto fisico. Già perché chi mi conosce sa che sono una persona fisica, che dà peso a ogni singola stretta di mano o abbraccio. Sono circa tre settimane che non abbraccio qualcuno, ed è strano perché era un gesto spontaneo e naturale. Quasi come il respiro. Anche mentre bevo del buon vino rosso o mangio la parmigiana di melenzane respiro giusto? Ecco, stringere forte chi voglio bene è come respirare, almeno per me.

A me manca la mia città, la mia “piccola Svizzera”. Ma ormai che differenza fa nord o sud? Non c’è una parte giusta o sbagliata alla quale appartenere. Stu virus è na livell’ direi, parafrasando l’immensa poesia di Totò, mette tutti sullo stesso piano. Per affrontarlo al meglio, ci vorrebbe un pizzico di responsabilità e una spolverata di senso di appartenenza a una comunità. Si perché siamo una comunità in cui si lotta e si resiste insieme.

Pensavamo che Milano fosse immortale? Pensavamo che l’Italia lo fosse? Ah quella Cina come era bella lontana. No, mi dispiace. In questi casi nessun Paese e nessuna città lo sono. Anzi io vedrei l’immortalità più nella capacità di rialzarsi dopo certe batoste, che nell’ esserne immune. Ma Milano come tutta la nostra bella Italia si rialzano solo se noi la smettiamo di ribellarci alle norme, per puro spirito di anarchia (che ci riesce sempre una bellezza) e rispettiamo chi ce le impone per il nostro bene.

La fine del tunnel arriverà, tutto ha un inizio e una fine, e a quel punto dovremmo essere pronti a prenderci per mano e risalire la china.

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