Arte Attualità Campania Curiosità EVIDENZA Scuola

Caro Dante… sono un Grammar Nazi consapevole e fiero

Grammar Nazi per vocazione: «Quant’è bello l’italiano. Sì… se solo sapessimo usarlo»

Sono un Grammar Nazi. Punto. Confermo e sottoscrivo. Subito! Così chi non è interessato può passare oltre senza che gli rubi tempo prezioso per andare a rispolverare il libro di grammatica.

Per dirla in parole povere? Mi parte l’embolo e l’istinto omicida a ogni qual’è, se avrei, xkè e altre perle di questo genere che ormai sui social network spopolano. E c’è chi si incazza pure quando proprio non resisti e, da buon e incorruttibile paladino della grammatica, cedi al dolce piacere della correzione ossessivo-compulsiva.

Ma torniamo agli errori («orrori di grammatica» avrebbe detto la mia – ma sicuramente anche la vostra – maestra d’italiano alle elementari, pardon… ora si dice scuola primaria). Alcuni – vedi le abbreviazioni, a volte anche originali, partorite dalle menti di giovani risparmiatori – sono giustificati da ataviche necessità di contenere i caratteri per farci stare tutte le parole all’interno di un SMS; altri invece sono frutto di un retaggio sgraziato e ignorante di cui proprio noi italiani non riusciamo a liberarci.

E se verso i primi conservo una tacita e castrata tolleranza, per i secondi l’epistassi è inevitabile. E si risveglia il Grammar Nazi che è in me.

Soprattutto quando leggo – come mi è capitato oggi che è il Dantedì – di elogi della lingua italiana e di iniziative volte alla sua valorizzazione, con mistificazioni più o meno energiche (legittime?) degli anglicismi o, in generale, dell’abitudine di prendere in prestito termini da altre lingue (lasciandoli così come sono oppure secondo un meraviglioso processo linguistico che si chiama “calco semantico”).

Cose che il Sommo, a sentirle, farebbe capriole e contorsioni circensi nella sua modesta tomba a Ravenna. Sì perché ok, Dante Alighieri è autore della Divina Commedia, lo sanno tutti. Ma non ha scritto mica solo quella? Il De Vulgari Eloquentia è un trattato in lingua latina del 1304 (più o meno) che affronta il tema della lingua volgare.

Rileggete l’ultima frase vi prego. Cogliete la genialità dantesca? Ve la spiego: un trattato sulla lingua del popolo, ma scritto in latino, la lingua della cultura. Ce la leggete l’attualità e la freschezza di tale espediente? Eppure so’ trascorsi 700 anni e passa. Dante elogia il volgare e lo serve su un piatto d’argento ai dotti dell’epoca riconoscendo allo stesso tempo il valore del latino e l’evoluzione inevitabile della lingua.

Che voglio dire? Signori, siamo ipocritamente impegnati a difendere la nostra lingua dalle invasioni barbariche eppure – ve lo dico in dialetto napoletano perché rende di più – teniamo “o muort ind o cazon” ❤️.

Erigiamo barriere contro i termini nuovi che arrivano dall’estero, ma non siamo in grado di coniugare un verbo al congiuntivo quando necessario o apostrofare l’articolo indeterminativo solo al femminile. Con tutte le implicazioni socio-culturali che ne derivano: chiusura mentale, rallentamento del progresso e chi più ne ha più ne metta. E poi ci indigniamo se leggiamo le classifiche europee che ci relegano tra i paesi in cui si legge di meno, in cui si investe meno in formazione e istruzione, eccetera, eccetera, eccetera.

Le lingue mutano e si evolvono. E menomale! Altrimenti oggi staremmo ancora a declinare rosa-rosae.

Ben vengano dunque anglicismi e termini stranieri che siano in grado di descrivere in maniera più immediata concetti che l’italiano fatica a fare propri, se non prendendoli in prestito. È vero anche che non conosciamo le mezze misure e c’è chi ha una propensione a strafare (ma lo sapete che “smart working” è un’espressione tutta italiana? Non la usano nemmeno in Inghilterra… no così, ve lo volevo dire). Ma quello è un altro discorso.

Solo ora mi rendo conto di essermi dilungato più del previsto e magari anche i ben intenzionati, interessati all’argomento, non saranno arrivati fin qui. Però un’ultima cosa ve la voglio dire: non mi capita spesso di scrivere articoli di questo tipo. L’ho fatto divertendomi con la lingua, un mezzo potentissimo che ci permette di esprimerci: in poco più di mezza pagina ho messo dentro espressioni volgari, parole francesi e inglesi, neologismi, addirittura termini in latino e qualcosina presa in prestito dal linguaggio medico-scientifico. Tutto insieme in un unico minestrone.

È questo il bello del gioco: l’importanza di conoscere le regole e la possibilità di poterle infrangere.

Cordialmente vostro,
Giuseppe Ferrara

Per continuare ad usare questo sito, devi accettare la politica di uso dei Cookie maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi