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Autismo, l’emergenza coronavirus raccontata da un papà

autismo_ al tempo del corona virus

Il racconto di papà Maurizio. L’autismo, la permanenza a casa e il supporto che manca

L’autismo, la malattia che ha colpito Camilla. Il coronavirus l’epidemia che imperversa nei nostri territori e che ha cambiato le nostre vite quotidiane. Immaginarsi quelle dei genitori e delle famiglie con un figlio autistico.

Maurizio è il papà di Camilla e di altri 2 bambini. Vivono nel Cilento e aspettano anche loro, come noi, che tutto passi. Una convivenza ancora più particolare la loro, racconta, come sempre al telefono.

Maurizio da quanto tempo siete a casa?

Ho smesso di lavorare il 9 marzo. La mia azienda ha chiuso dopo che tutti i cantieri su cui eravamo impegnati sono stati sospesi.

E ora?
Ora siamo a casa.

Come passano le giornate di una bambina autistica?

Ci riteniamo fortunati. Camilla ama stare in casa, non ama molto andare in giro. Non scende nemmeno in giardino. Ovviamente, come tutti, guardiamo molta tv. Lei ama i cartoni animati ed è appassionata dei film di Disney Il difficile è staccarla dallo schermo. Spesso si sveglia nel cuore della notte. Diciamo che le nostre giornate spesso iniziano alle 3 o alle 4 del mattino, un po’ faticose con il passare del tempo.

Non fa terapia?

No. In realtà già non faceva terapia da mesi. Chi ci seguiva ha deciso di lasciarci per un nuovo incarico al nord a dicembre. Da gennaio siamo alla ricerca di un terapista che possa supportarla nel suo percorso terapeutico. E’ difficile trovare terapisti qualificati che riescano a seguirci, un problema di tante famiglie con figli autistici.

Cosa vi manca in questo periodo di quarantena?

Ci manca quello che ci manca sempre. Una telefonata, qualcuno che chieda di lei. Mi spiego meglio. Nessuno tranne i familiari e qualche amico chiama per sapere come sta, cosa sta facendo. Ci manca una rete sociale fatta da scuola, paese, agenzie sociali, che ci faccia sentire parte di qualche cosa.

Eppure il tema dell’autismo prende sempre più piede sui media e sui social?

Questi bambini meritano di essere ricordati tutti i giorni e non solo il 2 aprile, Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo. Devono essere parte delle loro comunità e non persone da ricordare in una giornata. Vorrei che mia figlia e gli altri bambini con disabilità fossero apprezzati per quelli che sono. La malattia spaventa ed allontana e questo crea un divario, per non dire un isolamento sociale fortissimo, che non aiuta nessuno. Abbiamo bisogno di contatti, di umanità.

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